QUELL’ATTIMO DI MULTISENSORIALITA’

di Fabrizio Salce

Se solo penso a quanta musica ho ascoltato in vita mia, in riferimento a ciò che sto per raccontarvi, rabbrividisco. Se poi ai tanti anni passati in Radio, dal marzo 1977 non ancora quindicenne, all’agosto del 1997, aggiungo che da oltre 20 anni mi occupo come giornalista di agricoltura ed enogastronomia, la cosa si fa ancora più divertente. Naturalmente trascuro l’aver lavorato sul palcoscenico in pubblico presentando artisti come Vasco Rossi, le intere giornate passate alla Radio ad intervistare personaggi come Lucio Dalla; per non parlare delle tante cantine e relativi vini incontrati nel percorso giornalistico e le innumerevoli cene di lavoro. Non sono impazzito tutto d’un tratto e la confusione che ho creato nel saltare dai dischi della Radio anni 80 all’ultima annata in commercio del Barbaresco, o alla nuova ricetta di uno chef famoso ha un senso. E non è un senso stonato.

Alcuni giorni fa sono stato invitato a Torino a vivere un momento di elogio alla multisensorialità. Mi spiego meglio: un vero e proprio mix armonioso di cibo, vino e musica.

Nell’anno in cui si ricorda il centenario della nascita di Leonard Bernstein e il Museo Nazionale del Cinema di Torino organizza la mostra “#Soundframes (26 gennaio 2018 – 7 gennaio 2019)”, il ristorante Les Petites Madeleines del Turin Palace Hotel celebra l’iniziativa con l’esperienza “I Suoni del gusto”: a partire dal 15 di Luglio sino alla chiusura dell’esposizione, 3 piatti della Carta potranno essere assaggiati con uno specifico vino e una musica appositamente selezionati da un Sound Sommelier. Ad ogni ospite sarà inoltre consegnata una chiavetta USB con le ricette dei piatti assaggiati e i brani abbinati così da ripetere l’esperienza anche in autonomia.

Mi hanno sempre affascinato le nuove idee, le iniziative, anche gli azzardi a volte mi hanno esaltato, altre non le ho condivise, ma ho sempre avuto una nota di rispetto per chi partorisce qualcosa di diverso. Ed eccomi ad ammettere serenamente che non avevo mai sentito parlare della figura del “Sound Sommelier”. Il bello del mio mestiere è anche questo: scoprire sempre cose nuove.

L’esperienza che ho potuto vivere, lo avrete intuito, è stata quella di degustare ricette e vini in abbinamento alla musica scelta dal Sound Sommelier. In realtà molti anni fa mi era capitato di partecipare a delle degustazioni di vino ascoltando musiche mirate, ma la cosa era più diretta al fatto che i proprietari della cantina amavano anche suonare ed avevano il loro gruppo. Ma questa è un’altra storia.

Detto fatto mi sono trovato seduto a tavola con un gruppo di colleghi, i vini di due celebri produttori, i piatti proposti dell’executive chef del ristorante Stefano Sforza e Paolo Scarpellini il Sound Sommelier. Il primo passaggio è avvenuto abbinando lo Storico Vermouth di Torino Cocchi, finger food e un brano firmato da Curits Fuller. Intanto per me che sono torinese la presenza del Vermouth non può che avermi deliziato l’animo e il palato, ma quello che devo dire per correttezza e che le scelte musicali sono state individuate mediante criteri approfonditi e ragionati. Riporto, e lo farò solo per il Vermouth, quanto scritto in cartella stampa da Paolo Scarpellini.

Arrivare al giusto abbinamento musicale per un vino aromatizzato dalla grande storia e dal rinnovato presente come il vermouth non era certo impresa facile. Ma è stata appunto la vita plurisecolare del vermouth a fornire il giusto spunto. Una storia caratterizzata da un’enorme popolarità nell’Ottocento, via via calata fino ad arrivare al quasi completo oblio dagli anni Settanta all’altro ieri, quando il vermouth è tornato protagonista affacciandosi al bancone dei mixologist: sono stati proprio loro ad averlo ri-scoperto come ingrediente base di cocktail che vanno ben oltre i noti Negroni o Americano. Lo stesso percorso, se vogliamo, dell’hard bop negli anni ’50, quel sottogenere che ha dato nuova linfa al jazz inserendo elementi sonori presi a prestito dalla musica nera come il blues, il funk, il soul. E questo grazie a numerosi musicisti di colore americani come il trombonista Curtis Fuller, autore di un delizioso brano come “Five Spot After Dark”, del 1959.

Paolo, che di musica se ne intende e di buon bere anche, ha poi aggiunto le specifiche musicali dei brani che gli hanno consentito di individuare gli abbinamenti. Si è poi passati ad un celebre vino di una altrettanto celebre cantina di Langa, il Langhe Doc Arneis 2017 “Blangè” Ceretto. In abbinamento culinario il risotto, prezzemolo, bottarga e limone candito. Brano musicale A Taste of Honey di Herb Alpert.

A ruota un piatto che ho trovato particolarmente interessante: “La mia versione di Bouillabaisse”, vino Nebbiolo d’Alba Doc 2016 “Bernardina” Ceretto e un brano di un grande autore piemontese: Paolo Conte con la sua Max.

Per finire l’esperienza multisensoriale è arrivato il dolce o meglio: cioccolati, cacao e meringa con cuore di sorbetto al kiwi. Un buon Barolo Chinato Cocchi e un brano più classico di Ludovico Einaudi dal titolo Life.

Gli ingredienti di qualità sono le note che compongono l’accordo di un grande piatto, le tante componenti della natura si pongono per l’armonia del vino, l’uomo le amalgama e la plasma con la sua fantasia, il suo sapere e volere, così come l’artista crea la sua melodia.

Tre elementi meravigliosi che uniti aumentano la piacevolezza della vita. Se penso a quanta musica ho ascoltato, a quanti vini ho bevuto, a quanto buon cibo mi sono goduto…a tutto questo ci ho sempre pensato, ma al Sound Sommelier mai. C’è sempre da scoprire cose nuove: il quarto elemento di piacevolezza della vita. Esperienza da provare.